Una storia semplice: quattro patate, una noce di burro ed un bricco di latte

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Tutti noi cuciniamo almeno un paio di volte al giorno.

A volte con il sorriso, a volte un po’ meno, ma per la maggior parte dei pasti ci confrontiamo con ricette semplici e veloci, con piatti che conosciamo a memoria, che talvolta consideriamo banali, che noi tutti abbiamo sperimentato più e più volte e che nessuno ha bisogno di imparare.

Ed è da questo presupposto che vorrei partire oggi facendo il giro al contrario: non racconterò il piatto per spiegarvelo o per consigliarvelo, perché si tratta di una ricetta basica che già eseguite ad occhi chiusi, ma ci terrei a raccontarlo concentrandomi solo sulle parole, sulla magia che queste possono regalare e come possano rendere poesia anche i gesti più quotidiani, come l’incontro di quattro semplici patate, un bricco di latte e qualche pezzettino di burro fuso.

Oggi racconto il purè (ci provo almeno).

E’ tardo pomeriggio mentre entro in cucina.

Prendo il coltello e trancio i legacci di tela del sacco estraendone quattro patate oblunghe. Lavo via il terriccio dalla superficie cerosa usando uno spazzolino per pulirne i minuscoli incavi e le infossature. Prendo dalla rastrelliera il mio coltello di ceramica preferito e le taglio in quattro lasciandone cadere i pezzi a uno a uno, nella grande pentola azzurra piena d’acqua che ho messo sul fornello. Le patate colpiscono il fondo con tonfi sordi, appaganti, spostandosi per un attimo qua e là fino a trovare la posizione giusta e poi si fermano, oscillando solo lievemente quando l’acqua prende a bollire.

Mi chino per prendere un pentolino dal mobiletto. Lo sistemo sul fornello, vi verso il latte. E quando giro la manopola della cucina a gas, la fiamma sale con un balzo a lambire i lati del tegamino. L’acqua nella grossa pentola azzurra comincia a bollire dolcemente e le patate vengono sballottate qua e là in preda ad una garbata rassegnazione come passeggeri su un autobus affollato.

La piccola cucina in un attimo si colma del tepore di acqua evaporata e di profumo di latte scaldato, mentre l’ultima luce entra rosea dalla finestra. Accendo le luci sopra la cucina e controllo i tuberi con la punta del coltello.

Cotte.

Le patate sono cotte.

Le tolgo dal fuoco e le rovescio in un colapasta. Qualche scossa per eliminare gli ultimi residui d’acqua e mi aspettano pronte.

La buccia si stacca con la facilità di uno scialle che scivola giù dalle spalle di una bella signora.

Lascio cadere i pezzi di patata, l’uno dopo l’altro, nella grossa ciotola metallica dove avevo già messo un po’ di burro, le schiaccio con la forchetta e poi accendo il minipimer (perché in quest’era tecnologica non potremmo proprio farne a meno..) e sto ad osservarle  trasformarsi da semplici forme a pura consistenza, da montagnette gibbose, a bambagia. Alcune fettine di burro si sciolgono in lunghe e scintillanti striature di giallo attraverso la voluta di bianco in movimento. Prendo il pentolino e verso lentamente il latte bollente sulle patate. Poi il sale. Quanto basta.

E un nonnulla di noce moscata.

E per finire raggiungo il frigorifero  e prendo un pezzo di parmigiano. Ne grattugio un po’ sul tagliere, poi sollevo con le dita quei soffici frammenti e li lascio cadere, in una nebbiolina sottile, nella pentola, dove scompaiono in un attimo all’interno del composto. Spengo il mixer, passo un dito sulla sommità del purè e assaggio.

Immergo il grande cucchiaio di legno nel purè e deposito una montagnola di bianco esattamente al centro di ogni piatto. Scavo un buchetto al centro di ogni montagnola per un’ aggiunta extra di burro.

Ancora una grattugiata di formaggio e porto in tavola.

Mmmmmmm, mugula chi lo sta assaggiando.

Dopo di che rimane solo il silenzio.

 

Ingredienti

Per 2 porzioni medie

4 patate a pasta gialla morbida

300 ml latte intero

100 gr burro  morbido di buona qualità

Noce moscata q.b.

Sale q.b.

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